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Finalmente “Parità di stipendio e contrattuale, diritto alla disconnessione”. Tuonava così generando un’eco senza precedenti il Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano lo scorso maggio 2017, quando lo Smart Working viene ufficialmente approvato e regolamentato dal Senato, come da Jobs Act.
La svolta reale, la vera notizia, è il fatto stesso che il concetto di Lavoro Agile ( decreto di legge n. 2233-B ) sia stato preso in esame e sottoposto a regolarizzazione, in Italia.
Negli anni precedenti il 2017, in effetti, si può dire che il trend generale di Imprese e PA italiane nei rispetti dell’assunto fosse diametralmente opposto. Il tema appariva distante, ostile, non chiaro e, soprattutto, sommariamente ignoto.
Per Smart Working si intende l’adattamento vincente di organizzazioni, aziende e istituzioni al nuovo Labor Market 4.0, e al contestuale cambiamento del nuovo sistema spazio-tempo imposto dalle tecnologie e dalla Digital Transformation. Ma cosa vuol dire, nel dettaglio?
Si rende ora necessaria un’analisi attenta e profonda dell’oggi tanto abusato termine “Smart”, associato all’altrettanto in voga termine “Work”.
Innanzitutto, risulta oltremodo riduttivo, nonché falso, associare lo Smart Working al “lavorare da casa”. E’ molto più preciso parlare di “lavoro in remoto”, dove il non-luogo identificato dal lemma “remoto” non è univocamente assimilabile al concetto di “casa”.
Il luogo “remoto” può essere anche un luogo aziendale, identificato e gestito dall’azienda/organizzazione stessa. Tuttavia, da casa o da altro luogo, non si può negare che alla base dello Smart Working ci sia proprio la facoltà di poter evitare il “recarsi in un luogo fisico fisso e prestabilito”. In questi termini, si definisce meglio quella che resta comunque solo una piccola parte del processo di Smart Working aziendale.
Ben prima di tutto ciò, c’è l’esigenza – già ampiamente discussa ed analizzata sul piano internazionale, come in questo illuminante blogpost di HBR – di aumentare la produttività aziendale eliminando quei processi che possono oggidì risultare ridondanti e non strettamente dirimenti al conseguimento degli obiettivi aziendali (aka: sommariamente superflui).
Sotto accusa, nello specifico, finiscono: meeting plurisecolari, email crossing, interruzioni fisiche (via telefono, email, ingresso di interlocutori vari in ufficio, etc.) non volte al raggiungimento dei risultati, e, last but not least, il tanto discusso concetto di work-life balance.
Dal Senato italiano lo Smart Working viene definito come una “modalità di esecuzione del lavoro subordinato”, estesa successivamente come “svolgimento della prestazione lavorativa, basata sulla flessibilità di orari e di sede e caratterizzata, principalmente, da una maggiore utilizzazione degli strumenti informatici e telematici, nonché dall’assenza di una postazione fissa durante i periodi di lavoro svolti anche al di fuori dei locali aziendali”. Ancora inesatto, ma diciamo che l’estensione centra, meglio della prima definizione, il concetto reale.
È bene, in aggiunta, correlare sempre il concetto di Smart Worker ad una dimensione aziendale, mai ai freelancer (la cui dimensione era chiara prima, e continua ad esserlo anche inserita nei cambiamenti radicali imposti dalla Digital Transformation).
È nella cultura aziendale che lo Smart Working si afferma come concetto, non nella dimensione di chi ha imperniato la sua carriera essendo professionista o già “azienda di se stesso”. Non sono costoro, i soggetti interessati dalle politiche di Smart Working.
Cultura Aziendale Tech-Oriented prima, Smart Working poi.
Se lo Smart Working non è ancora definibile secondo standard universalmente accettati, si van via via delineando – e con precisione sempre crescente – i cardini oggettivi per una corretta implementazione dello stesso in azienda.
Ciò che deve cambiare – ben prima che i lavoratori si rechino liberamente in questo o quel luogo “remoto” – è la Cultura Aziendale.
Essendo, ad esempio, lo Smart Work completamente incentrato sull’utilizzo delle nuove tecnologie imposte dalla Digital Transformation (piattaforme, digital tools, cloud, etc.), risulta spesso pressoché inefficace implementare politiche di Smart Working in una realtà aziendale che non padroneggi al meglio i succitati mezzi, o che non abbia già adottato (e accettato coralmente) un digital mindset aziendale.
Lo Smart Working è senza meno un nuovo modo di concepire i luoghi e i tempi del lavoro, ma è ancor prima un nuovo approccio alla collaborazione aziendale e istituzionale. E’, dunque, soprattutto un mindset. Per queste ragioni, non è affatto profittevole il suo impiego in assenza di un’implementazione più che collaudata e universale delle tecnologie necessarie al cambiamento.
Lo Smart Working consta essenzialmente di:
- Leadership Management: cambia radicalmente il rapporto tra Manager e preposti. Dal controllo, si passa alla fiducia e all’empowerment.
- Tecnologie collaborative: sostituiscono in toto la rigidità dei modelli aziendali.
- Riorganizzazione sostanziale del sistema Spazio-Tempo del Lavoro.
Non è affatto banale impiegare con successo questi 3 concetti in una cultura aziendale abituata a tutt’altro genere di collaborazione e, sostanzialmente, di vita. Tuttavia, è ciò che si deve fare per poter correttamente porre in essere il cambiamento.
Ascoltiamo sovente parlare di come quest’era di profondi cambiamenti, di trasformazione digitale, di Experience Economy, ponga al centro del cambiamento nient’altro che le persone. Ebbene, anche il sistema lavoro si è diretto prepotentemente verso la persona. L’ultimo concetto alla base del nuovo Lavoro Agile è correlato proprio al benessere dei lavoratori. Quel concetto di work-life balance, altrettanto discusso…
Concedendo ai lavoratori (smart workers) la libertà gestionale di spazi e tempi, ne conseguono: responsabilizzazione, fidelizzazione, engagement e, soprattutto, l’orientamento al risultato.
In un certo senso, è proprio eliminando l’alibi della presenza o dell’ adempimento a questo o quel task di natura meramente fisica, che l’attenzione dei workers si va ad incentrare – in maniera del tutto naturale – sul loro obiettivo aziendale. Non v’è nulla più che parlerà per loro, se non i risultati che conseguiranno. Per contro, lo stress e i casi di burnout tracolleranno, in quanto nessuno sarà lì verificare quando e come gli smart workers necessiteranno di pause e riposo, e quando invece di concentrazione. Una responsabilità nelle felicità, in qualche modo.
Questa felicità non è un’utopia. È, al contrario, perseguibile attraverso il sapiente coinvolgimento – nonché efficace sinergia – di 4 principali aree d’interesse:
- Spazi di lavoro
- Tecnologia
- Sistemi HR e Formazione
- Cultura Aziendale
Da dove partire, esattamente? Dal solito punto: un’adeguata Formazione per le “giovani leve”… Smart.
Formazione e Sviluppo: la carta vincente della felicità
Perché tutti i dipendenti possano efficacemente interiorizzare la nuova Cultura Aziendale Smart e fronteggiare il cambiamento con i mezzi adeguati, occorre giocare null’altro che la solita, vecchia carta vincente: la Formazione.
I dipendenti dovranno essere sapientemente accompagnati attraverso processi di preparazione al cambiamento, ben prima di diventare smart workers. Sono e resteranno loro i cardini, la vera ricchezza di una realtà organizzativa vincente. È di vitale importanza che vengano pertanto adeguatamente accompagnati per mano. Un miracolo che solo la conoscenza profonda dei nuovi parametri può concretamente porre in essere.
Dovranno aver ben appreso in azienda il come e il quando del nuovo sistema lavoro, perché possano recarsi “in remoto” in maniera produttiva ed efficace.
Il Learning & Development è quindi chiamato ad una nuova sfida: preparare sapientemente il discente e gettare così le fondamenta di una Cultura Aziendale, che, come detto, dovrà essere ben radicata nell’intera organizzazione prima di implementare qualunque modello di Smart Working.
Non solo.
Il Digital Learning diverrà il perno oggettivo dell’organizzazione in Smart Working. I dipendenti presenzieranno ad eventi, lavoreranno documenti e condivideranno processi… Online.
Fin troppo facile intuire quale immenso valore acquisirà la Formazione continua nelle loro vite: praticamente essenziale. A supporto, ci sarà il tempo oggettivo che i discenti riusciranno a dedicare allo studio e alla preparazione necessarie per restare sempre al passo. Avranno ben imparato a gestire tempi e modalità, e saranno contestualmente sempre in grado di riservare alla loro crescita personale le energie necessarie, nonché il giusto tempo.
È solo grazie ad un adeguato percorso formativo che il cambiamento può essere fronteggiato in maniera profittevole. Da qui, l’esigenza endemica di concepire la Formazione Aziendale in una nuova veste -imperniata, quindi, sunuovissime ed efficaci modalità di erogazione e fruizione, ideali in un contesto di Smart Working: il Mobile Learning e il Micro-Learning.
In sintesi: uno scenario ben distante dal concetto di lavoro in light mood che ci capita spesso di percepire nelle definizioni di Smart Working, in giro per i vari testi di settore…
A supporto di quanto analizzato, troviamo (proprio in Italia!) la ben avviata e vincente strategia Pirelli. Qui, ben oltre 1000 risorse sono oggi in remoto. E stanno vincendo.
Se essere “smart” può spesso fare buon match – nelle nostre menti – con il concetto di “cool”, è bene considerare l’ipotesi che per la tua azienda lo Smart Working potrebbe non essere una mera questione d’immagine o di moda, bensì l’unica via per sopravvivere. #think
#neverstoplearning and always #smartworking.